
LE ORIGINI

Il Fascismo nasce il 23 Marzo 1919, quando Benito Mussolini, durante una riunione tenuta nella sala del Circolo degli Interessi Industriale e Commerciali in piazza San Sepolcro a Milano (onde poi i presenti, fra cui vi erano futuristi, anarchici, sindacalisti, ex socialisti, repubblicani, cattolici e liberali, furono insigniti del titolo di “sansepolcristi”), annunciò ai suoi seguaci e simpatizzanti la costituzione dei “Fasci Italiani di Combattimento”. Mussolini intendeva dar vita ad un movimento più che ad un partito avente lo scopo di valorizzare con l’azione il contributo offerto dall’Italia alla vittoria degli alleati e di porre ordine all’assetto statale della nazione che, se pur uscita vittoriosa dalla guerra, ne risentiva le gravose conseguenze, esasperate dal disaccordo dei partiti politici. Si trattava però, di un programma piuttosto vago e generico, in quanto solo più tardi passò ad una vera e propria elaborazione della Dottrina Fascista. Basta infatti accennare che il movimento si sperdeva in molte affermazioni a volte anche contrastanti fra di loro, oscillando fra il repubblicanesimo e la tolleranza monarchica, tra un sindacalismo che non tradiva le origini socialiste mussoliniane e la difesa degli interessi borghesi e capitalistici, dai cui ceti il Fascismo fu aiutato, tra un dichiarato anticlericalismo da un lato e un prolungato intento di difesa delle tradizioni cattoliche dall’altro. Nello stesso anno 1919 il movimento fascista fece il suo primo tentativo elettorale, ma ne riporto una deludente sconfitta, di fronte alle pur sempre valide forze liberali, socialiste e del giovane Partito Popolare. La prevalenza di questi partiti fu però effimera: lo stato liberale-giolittiano, ancorato su posizioni nettamente superate dalla naturale evoluzione dei tempi, andava infatti disgregandosi logorato dalle polemiche interne e dalla mancanza di quel prestigio e di quella autorità necessarie a tener testa ad un delicato periodo di crisi economica e sociale quale era quello del dopoguerra. Ed è proprio in questo momento di malcontento che il Fascismo, con i suoi pensieri facenti leva sul sentimento romantico del patriottismo, potesse acquistarsi simpatia sia nei ceti sostenitori dello stato ordinario e legalitario, sia nei gruppi agrari ed industriali. Nel Novembre del 1921 (Congresso di Roma) i Fasci di Combattimento diventarono un movimento vero e proprio trasformandosi in Partito Nazionale Fascista (P.N.F.). Ebbe così inizio un nuovo periodo per il paese, durante il quale il Fascismo, che aveva ben compreso la possibilità di superare con elementi decisi i molti raziocinanti avversari dei partiti, passò, con gli squadristi, ad una azione intimidatrice di violenza, quasi sempre incoraggiate dall’incertezza e dalla tolleranza delle autorità, costituita anche con manifestazioni come quelle delle “manganellature”. Comunque il Fascismo raccolse un certo seguito, mentre gli oppositori non potevano in verità suscitare molte simpatie per la crescente dimostrazione di una impotente debolezza tale da rasentare l’inettitudine.
LA MARCIA SU ROMA

I partiti marxisti, che avrebbero potuto costituire un ostacolo difficile da superare per il Fascismo, dispersi da troppe scissioni in altrettante correnti sempre in urto tra di loro, furono quelli più violentemente colpiti, cosicché, eliminata la concorrenza, il nuovo movimento, che con i suoi 322.000 inscritti era il partito più forte mai esistito sino ad allora, colse l’occasione e promosse, durante il Congresso Fascista riunito a Napoli (22 – 24 Ottobre 1922), la nota marcia su Roma delle Colonne Fasciste (28 Ottobre 1922). Mentre gli avversari peccavano ancora una volta di indifferenza e di incredulità delle conseguenze dell’avventura, la marcia ebbe il potere di impressionare fortemente la monarchia e gli uomini più eminenti dello Stato. Infatti, re Vittorio Emanuele III, rifiutando la proposta del capo del governo Facta di proclamare lo stato di assedio, per il timore di una deprecata guerra civile, nella speranza effettiva di migliorare la situazione, ed a seguito del rifiuto degli esponenti delle diverse correnti politiche di assumere il mandato governativo, chiamò al Quirinale Mussolini, giunto a Roma con i “quadrunviri”Balbo, Bianchi, De Bono e De Vecchi, e gli offerse l’incarico di formare il gabinetto. Con solo 35 deputati fascisti ala Camera (il 6% dei seggi), Mussolini formò un governo di coalizione insieme a esponenti dell’esercito, liberali, repubblicani e democratici, inclusi i cattolici del Partito Popolare, mentre all’opposizione rimanevano solo i comunisti e i socialisti. Nel 1923 il Gran Consiglio del Fascismo crea la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, posta sotto la diretta autorità di Mussolini, ma al tempo stesso a carico dello Stato e “costituzionalizzata”. Il 21 Luglio dello stesso anno fu votata una nuova legge (legge Acerbo) che introdusse un nuovo sistema elettorale basato sul “premio maggioranza”, capace di dare i 2/3 dei seggi della Camera in mano alla lista che avesse ottenuto una maggioranza relativa. Nel 1924 vennero indette le elezioni politiche. Tuttavia nel nuovo Parlamento le opposizioni parlamentari, sia pur sparute e non ben organizzate, dimostrarono in quella occasione un alto spirito battagliero. Tra i più tenaci oppositori si rivelò il deputato socialista Giacomo Matteotti, il quale venne rapito da sicari e assassinato nei pressi di Roma. Il delitto di Matteotti coincise con il momento di crisi del Fascismo che, aspramente attaccato per la responsabilità morale del crimine attribuita allo stesso Mussolini, rasentò l’orlo della caduta, anche per l’indignazione suscitata nel paese da tale misfatto. Sennonché, ancora una volta, le opposizioni mostrarono la loro debolezza agendo sul piano simbolico anziché sul piano concreto, e , rifiutandosi di mettere piede nella Camera fascista, si ritirarono dall’attività parlamentare, dando luogo alla secessione detta del “dell’Aventino” (Giugno 1924), dal nome del colle romano che aveva visto la secessione dei plebei. Questa ritirata rimase fine a se stessa, senza alcun seguito pratico, invano sperato ed atteso da parte della stessa monarchia. Contrariamente alla vulgata storica Mussolini nel delitto c'entrava assai poco, mentre nell'assassinio del deputato socialista sarebbe stato coinvolto il re Vittorio Emanuele III. Anzi, secondo le perentorie affermazioni del figlio del martire, Matteo, ne sarebbe stato addirittura il mandante, per impedire che alcuni documenti in mano a Matteotti, se divulgati, rivelassero la sua implicazione nei traffici petroliferi dell'americana Sinclair, di cui possedeva un certo numero d'azioni.
IL REGIME

Mussolini, assai più tempista e sicuro di sé, ebbe pertanto il tempo di risollevarsi dallo stato di disagio in cui era venuto a trovarsi e riprese l’iniziativa, presentandosi il 3 Gennaio 1925 alla Camera per dichiarare di assumersi tutta la responsabilità politica, morale e storica di quanto era accaduto, e ad annunciare in termini draconiani le sue contromisure, consistenti in una serie di provvedimenti che sopprimevano in Italia ogni forma di libertà e rendevano impossibile ogni opposizione che non fosse soltanto clandestina. Il naufragio degli “aventiniani” trovava conferma l’anno successivo con la legge che dichiarava decaduti dal mandato i deputati che dal Giugno del 1924 si erano astenuti dal partecipare ai lavori parlamentari. Da allora, il Fascismo rimase padrone del campo e soppresse le fondamentali guarentigie costituzionali (libertà di stampa, di riunione, di associazione, etc…), mirò a consolidare la sua forza, basandosi soprattutto, da un lato su di una efficiente organizzazione poliziesca, e dall’altro su una crescente propaganda di valorizzazione nazionale, ricca di suggestioni derivate dall’antico prestigio della romanità. Inoltre, dal punto di vista economico, lanciò il postulato della indispensabilità dell’autosufficienza economica dell’Italia, la cosiddetta “autarchia”, al fine di sottrarsi ad ogni eventuale vassallaggio straniero. Il 21 Agosto 1927 il Gran Consiglio del Fascismo approva una “Carta del Lavoro” che segnò l’atto di nascita dello “Stato Corporativo” basato sulla rappresentanza delle categorie economiche e sulla collaborazione fra capitale e lavoro. Il 20 Marzo 1930 venne istituito un Consiglio Nazionale delle Corporazioni, un nuovo organo costituzionale presieduto da Mussolini o, per sua delega, dal ministro delle Corporazioni; i suoi disegni di legge dovevano essere sottoposti all’approvazione del Gran Consiglio del Fascismo e nel 1939 la Camera dei Deputati venne sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, composta dai membri dei consigli nazionali delle Corporazioni e del PNF. Nel 1931 furono istituite 13 Corporazioni e, con una nuova legge, nel 1934 salirono a 22. Tuttavia la loro funzione di guida e indirizzo dell’economia non fu mai veramente applicata se non sul piano teorico. Esse riunivano con egual rappresentanza i rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori di un dato settore in un unico organo. Il Fascismo diede indubbiamente un grande impulso alla legislazione sociale. Il 10 Marzo 1923 il Governo Fascista decretò la limitazione delle ore di lavoro giornaliero a otto. Il 3 Aprile 1926 furono emanati i regolamenti per i contratti collettivi del lavoro. Nel 1925 il Fascismo creò l’Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell’infanzia, che nel 1935 assisteva più di 1.740.000 persone, e la mortalità infantile scese dal 12,9% dei nati nel 1922 al 9,9% nel 1934\35. Nel 1925 fu istituita l’Opera Nazionale Dopolavoro e nel 1937 contava più di 3.180.000 iscritti. Nel 1933 furono istituiti l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS) e l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione Infortuni sul Lavoro. Molto importanti furono le bonifiche, a cui fu dato grande impulso la “legge Mussolini” del Dicembre 1928. La maggiore opera di bonifica fu quella attuata nell’Agro Pontino a partire dal 1931, che tra l’altro comportò la creazione di cinque città: la maggiore e più conosciuta fu Littoria (oggi Latina), fondata nel 1932 e seguita da Saubadia, Pontinia, Aprilia e Pomezia. Dal 1929 il Fascismo diede anche un particolare impulso ai lavori pubblici, sviluppando la rete stradale, autostradale e ferroviaria e incrementando l’edilizia pubblica (municipi, poste palazzi di giustizia, scuole, parchi, etc…) con opere talvolta di proporzioni grandiose. Fra il 1922 e il 1925 il punto debole dell’economia italiana, cioè la necessità d’importare materie prime e grano da paesi a valuta forte, era rimasto intatto e poteva costituire un grave pericolo qualora la Lira avesse perduto capacità d’acquisto, come appunto accadde intorno al 1925. la Lira, infatti, che già durante la guerra aveva subito una pesantissima svalutazione, dopo un periodo di stabilità riprese a deprezzarsi fra il 1925 e il 1926. il Governo pensò di correre ai ripari e, sostituito alle finanze al liberista De Stefani il ministro Giuseppe Volpi, di diverso orientamento, decise assieme al Duce di rivalutare la Lira mediante manovre monetarie e mediante provvedimenti intesi a contenere le importazioni di grano, petrolio, minerali e cellulosa, e mediante la compressione dei consumi, l’incentivazione della cerealicoltura, il più intenso sfruttamento delle assai misere risorse minerarie nazionali e altri espedienti analoghi. Il traguardo di “quota novanta”, così definito perché portò il cambio con la sterlina a poco più di 90 Lire, fu tagliato nel 1926 conseguendo buoni risultati nei cambi e favorendo il Fascismo nella considerazione. Comunque la rivalutazione della Lira rese più difficili le esportazioni e fece aumentare i costi di produzione. La “battaglia del grano”, rivolta a diminuire l’importazione del grano che incideva pesantemente sulla bilancia commerciale italiana, iniziò nel 1925 e conseguì notevoli risultati culminati nel 1933 con una produzione che copriva quasi l’intero fabbisogno nazionale (mentre nel 1922 si erano dovuti importare oltre 22 milioni di quintali di frumento). D’altra parte però il grano raggiunse sul mercato interno dei prezzi superiori a quelli del mercato internazionale perché vennero seminati anche dei terreni poco adatti. Per reagire alla crisi mondiale del 1929, che in Italia si ripercosse a partire dal 1930, il regime reagì con un intensa statalizzazione dell’economia, e nel Gennaio del 1933 venne fondato l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), che col denaro dei contribuenti sostenne soprattutto le industrie siderurgiche, cantieristiche e meccaniche. Meno massicci, ma pur sempre rilevanti, furono gli interventi dello Stato Fascista nel campo dell’agricoltura. Nel 1928, per le elezioni che nel 1929 dovevano dar vita alla 28a legislatura del Parlamento, venne sovvertito il sistema elettorale, con l’istituzione di una lista unica di 400 candidati formulata dal Gran Consiglio, che l’elettore poteva accettare o respingere in blocco. Il risultato del plebiscito del 24 Marzo 1929 fu del 98,4% in favore della lista unica. Nel Settembre del 1929 Mussolini trasferì la sua sede di Capo del Governo da Palazzo Chigi a Palazzo Venezia, il cui balcone, che si affacciava sulla piazza, divenne celebre per le apparizioni del Duce in occasione delle adunate oceaniche e dei suoi discorsi. Nel Dicembre 1931 , al posto di Giovanni Giuriati, era stato nominato segretario del PNF Achille Starace. Il nuovo segretario, oltre a promuovere la militarizzazione degli italiani, si dice che inventò lo “Stile Fascista” introducendo misure esteriori e formali, come l’imposizione di uniformi agli impiegati statali, del “voi” al posto del “lei”, e del saluto romano in luogo della stretta di mano. L’addestramento militare e premilitare fu reso obbligatorio per gli italiani da otto a trentadue anni d’età, e il 16 Giugno 1935 fu istituito il “Sabato Fascista”, da dedicare alle esercitazioni militari. Alla fine del 1937 l’Opera Nazionale Balilla e i Fasci Giovanili furono fusi nella Gioventù Italiana del Littorio, che inquadrava così tutti gli italiani dalla più tenera età fino all’età sufficiente per entrare nel PNF.
I PATTI LATERANENSI

Tutte queste opere portarono l’appoggio al Fascismo di numerose forze economiche e sociali ma non aveva ancora raggiunto un vasto consenso, e per aver ciò gli occorreva l’aiuto della Chiesa. Nonostante qualche screzio, le trattative per una conciliazione fra Stato e Chiesa per ricucire uno strappo iniziato nel 1870 con l’occupazione di Roma, cominciarono segretamente già dal 1926 e arrivarono a buon fine lì11 Febbraio 1929 quando Mussolini e il Cardinale Pietro Gasparri, per conto di Papa Pio XI, firmarono i “Patti Lateranensi”. Gli accordi comprendevano un Trattato, che regolava la questione romana (la “Conciliazione)”, un Concordato, che regolava i rapporti tra Stato e Chiesa, e una Convenzione Finanziaria, con cui lo Stato Italiano versava alla Santa Sede una ingente somma per ripagarla dalle ferite a essa inferta con i provvedimenti presi in seguito al 20 Settembre 1870. Con i Patti Lateranensi la Chiesa abbandonò la sua ostilità verso lo Stato Italiano nato dalla spoliazione del ’70, ottenne il riconoscimento di un piccolo territorio (lo Stato del Vaticano) sotto la propria sovranità, e il riconoscimento della giurisdizione ecclesiastica in materia matrimoniale e familiare. Il Concordato garantiva la più assoluta libertà alla Chiesa nell’esercizio delle sue funzioni religiose e spirituali, si assicurava ai Vescovi la più ampia libertà di comunicazione con il clero e con i fedeli, e alla Santa Sede la libertà di comunicare con il mondo intero, mentre i chierici venivano esonerati dall’obbligo del servizio militare. L’Azione Cattolica era legalmente riconosciuta dal Regime, la religione diventava materia scolastica e il crocifisso veniva posto in tutte le aule.
LA GUERRA D’ ETIOPIA E L’INTERVENTO IN SPAGNA

Il 2 Ottobre 1935, per realizzare il suo sogno imperiale, Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia,annunciò che la guerra contro l’Etiopia era incominciata, e le operazioni ebbero inizio il giorno dopo. Il primo invio di forze, inizialmente affidate al comando del generale De Bono e nel Novembre del 1935 al maresciallo Badoglio, si rivelarono assai inferiori a quelle necessarie per la conquista integrale dell’Etiopia, e alla fine si dovette portare il contingente italiano a oltre mezzo milione di uomini. Le direttive impartite da Mussolini ai generali dichiaravano esplicitamente che si doveva fare anche uso di gas asfissianti. L’aggressione all’Etiopia fu presentata come una guerra di difesa, ma la Società delle Nazioni non si lasciò ingannare e dichiarò che l’Italia, attaccando uno Stato membro, aveva violato alcuni patti, così 52 Stati decretarono delle sanzioni economiche contro il nostro Paese. Tuttavia le sanzioni imposte furono molto blande, tanto che non si pose l’embargo nemmeno sulle materie prime di fondamentale importanza, e costituirono invece un grande vantaggio per Mussolini in quanto infiammò gli italiani contro le “inique sanzioni”. Sanzioni che però avvicinarono l’Italia alla pericolosa amicizia con la Germania di Hitler, l’unica potenza che aveva offerto la propria solidarietà a Mussolini. Il 5 Maggio 1936 Badoglio occupò la capitale Addis Abeba, e l’ex regno di Negus venne unito alla Somalia e all’Eritrea a costituire l’Impero dell’Africa Orientale Italiana. Subito dopo la proclamazione di Vittorio Emanuele III imperatore, Mussolini e il suo Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano si imbarcarono in una nuova impresa appoggiando la ribellione dei militari nazionalisti guidati da Francisco Franco contro il governo spagnolo. La guerra civile iniziò nel Luglio del 1936 e finì nell’Aprile del 1939 quando Franco poté impadronirsi di Madrid. Migliaia di volontari furono inviati a combattere al fianco del generale Franco, ma i legionari si trovarono a combattere anche contro altri italiani, i volontari antifascisti delle Brigate Internazionali. In piena guerra, nel Marzo del 1937 Mussolini si recò in Libia dove impugnò a cavallo "la spada dell' Islam. Il 9 Giugno dello stesso anno a Bagnoles (Francia) sette sicari della formazione politica "Organisation Secréte d'Action Révolutionnaire", meglio conosciuta come "Cagoule" per via del mantello con cappuccio indossato dal nuovo adepto all'atto del giuramento, assassineranno i fratelli Carlo e Nello Rosselli (i due cadaveri vennero scoperti due giorni dopo): il primo era attivissimo nell'antifascismo, il secondo era un valente storico che ebbe la sfortuna di trovarsi assieme al fratello quel funesto giorno. Pochi delitti politici sono entrati nella storia eguagliando il clamore suscitato dal duplice delitto dei fratelli Rosselli e la motivazione risiede nel particolare contesto internazionale in cui il delitto è maturato. Non siamo solo nel pieno della guerra in Spagna, l'Europa infatti si trova al centro di una sotterranea tempesta che fa vacillare le sue fragili strutture diplomatiche, strette fra rivendicazioni territoriali tedesche, conseguenza dell'iniquo trattato di Versailles, e le sinistre notizie provenienti da Mosca su una "purga" staliniana ai vertici della "Armata Rossa". Ed è in questo clima rovente, in cui il confine tra pace e guerra si assottiglia enormemente e ne rende indefiniti i contorni , che la morte violenta dei fratelli Rosselli viene consegnata alla storia come un orribile crimine commesso dai "cagoulards" francesi per conto del governo fascista italiano, giungendo a coinvolgere il Ministro degli Esteri italiano, retto all'epoca da Galeazzo Ciano. Ma la storia, a causa delle implicazioni che le contingenze della politica internazionale spesso comportano, talora non consente di discernere mandanti e moventi. E il caso Rosselli sembra fornire il classico esempio di delitto politico dove è meno importante la scelta delle vittime rispetto a quella su cui scaricarne la colpa. Colpa oggi, come nel caso Matteotti, sempre più dubbia da attribuire a Mussolini. Dubbi che emergono per l'assoluzione (il 14 Ottobre 1949 presso la Corte d'Assise di Perugia) dei presunti mandanti per mancanza di prove, e che si fanno più forti dopo la ricostruzione della vicenda conclusa da Baldini nel 1989. Secondo Baldini infatti il punto nodale per comprendere la vicenda è l'azione esercitata dalla N.K.V.D., il potente servizio segreto sovietico, che poggiando da una parte sugli estremisti della "Cagoule" e dall'altra sul servizio di controspionaggio italiano ha realizzato un opera di inquinamento e di penetrazione nel Ministro degli Esteri italiano dell'epoca talmente sottile da non lasciare sospetti fino ai nostri giorni. Come afferma Baldini opera "con effetti a cascata della cui ampiezza e pericolosità forse non ci renderemo mai conto".
L’ASSE ROMA - BERLINO

I rapporti tra Mussolini e Hitler prima del 1933, data dell’ascesa del nazismo al potere in Germania, non furono gran cosa, anzi più volte il Duce rifiutò i numerosi inviti del Fuhrer. Ma dopo le sanzioni applicate dalla Società delle Nazioni, miranti ad isolare l'Italia agli occhi inglesi troppo potente, il governo italiano e tedesco cominciarono a stringere rapporti sempre più stretti. Dal punto di vista della “Realpolitik”, vi era ampia possibilità di accordo: si trattava di elaborare piani per una suddivisione di zone d’influenza in Europa. Vi si frapponevano tuttavia alcuni ostacoli. Il primo di essi era costituito dalla nota aspirazione hitleriana di annettere alla Germania l’Austria, il che avrebbe annullato per l’Italia la più grande conquista ottenuta con la prima guerra mondiale, cioè il fatto di avere ai suoi confini alpini una piccola potenza che fungeva da cuscinetto tra il nostro Paese e la Germania. Inoltre la politica dichiaratamente razziale e antisemita di Hitler non trovava riscontro nell’Italia fascista. Intanto la minaccia tedesca sull’Austria incombeva sui rapporti italo-tedeschi. L’Italia fascista, mentre incoraggiava Dollfuss a dar vita in Austria ad un regime di tipo fascista (ciò che il cancelliere austriaco attuò, almeno in parte nel Febbraio 1934 sopprimendo l’opposizione socialista), lo appoggiava nella sua resistenza alle mire hitleriane. Nel 1933 Dollfuss fu convocato tre volte a Roma, dove ricevette promesse di appoggio sostanziale, anche militare, contro un’eventuale invasione tedesca. Il 7 Giugno 1934, nel corso della riunione dei rappresentanti delle quattro grandi potenze europee (Italia, Francia, Germania, Inghilterra), fu firmato il Patto di Roma proposto da Mussolini, che venne presentato come una garanzia di pace per il prossimo decennio, anche se poi non venne ratificato e quindi non entrò in vigore. Nel 1934 Mussolini volle incontrare Hitler, e il 14 Giugno dello stesso anno i due dittatori si trovarono di fronte nella villa reale di Strasburgo lungo il Brenta e proseguirono poi i loro colloqui a Venezia. Più che un incontro, fu però uno scontro, a causa della durezza e intransigenza di Hitler, che poi egli avrebbe sempre esercitato con tutti. In quel periodo i giudizi del Duce sulla personalità del Fuhrer, considerato come un mezzo pazzo, furono quanto mai negativi e sprezzanti. Così, invece di migliorare, i rapporti tra i due paesi peggiorarono, soprattutto quando l’anno appresso, nel Luglio 1934, avvenne a Vienna il “putsch”nazista contro Doffluss che fu assassinato. Mussolini dunque inviò sul Brennero due divisioni mostrando di voler tener fede alle garanzie ripetutamente offerte all’Austria e ufficialmente sancite dai trattati internazionali, dimostrando così che non avrebbe consentito l’Anschluss. In conseguenza di questo nuovo urto, Mussolini promosse il Convegno di Stresa tra Italia, Francia, e Inghilterra che si svolse dall’11 al 14 Aprile 1935 e che ebbe per tema la situazione europea creata dal riarmo germanico e per scopo la costituzione di un fronte antitedesco. I primi veri passi preliminari la costituzione di un’alleanza italo-tedesca cominciarono nell’autunno 1936. In Ottobre Ciano si recò a Berlino dove furono stabilite in linea di massima le due zone d’influenza: alla Germania l’Europa Orientale e il Baltico, all’Italia il bacino mediterraneo. Nel Novembre 1936, in un discorso a Milano, il Duce adoperò per la prima volta la fatale parola “Asse” per indicare la concordanza di vedute tra Roma e Berlino e il proposito di svolgere un’azione internazionale comune. Nel Settembre 1937 Mussolini accettò l’invito di Hitler a recarsi in Germania, dove venne accolto con grandiose parate militari. Nel Dicembre 1937, in una riunione del Gran Consiglio del Fascismo, fu decisa l’uscita dell’Italia dalla Società delle Nazioni, che Mussolini annunciò la sera dell’11 dal balcone di Palazzo Venezia. Contemporaneamente l’Italia firmava con la Germania e il Giappone un patto contro il comunismo. Il 12 Marzo 1938 Hitler procedette all’Aschluss, l’invasione e l’annessione dell’Austria, senza preliminari consultazioni con Roma. Mussolini dovette inghiottire l’amara pillola senza fiatare, ma non senza risentimento, infatti dopo l’Aschluss ebbe occasione di dire, naturalmente in privato, che l’Italia avrebbe potuto cambiare rotta, e in tal caso, aggiunse, “metteremo a terra la Germania per almeno due secoli”. Queste oscillazioni tra adesione entusiastica all’alleanza alla Germania e scoppi di ira e di risentimento erano destinati a punteggiare tutta la storia dei rapporti italo-tedeschi negli anni successivi, ma gli impegni presi pubblicamente e solennemente impedivano al Duce di compiere un “giro di walzer”. Dopo l’Anschluss Hitler progettò un piano d’invasione della Cecoslovacchia. La diplomazia britannica si adoperò subito per scongiurare il conflitto che pareva già imminente, e Mussolini si offrì come mediatore in un incontro tra i capi di governo italiano, francese, tedesco e inglese, che si tenne il 29 e 30 Settembre a Monaco di Baviera. Le proposte avanzate e accettate da Mussolini, che prevedevano l’annessione alla Germania di una parte della Cecoslovacchia (i Sudati), non erano altro che le richieste tedesche. Al rientro in Italia, il Duce vene salutato come il salvatore della pace. Ma, nel Marzo 1939, Mussolini fu sorpreso dall’invasione tedesca di ciò che rimaneva d’indipendente della Cecoslovacchia, senza che Hitler si fosse preoccupato d’informarlo. Per parare il colpo ricevuto con l’occupazione totale della Cecoslovacchia da parte della Germania, che nell’Aprile del 1939 l’Italia invase l’Albania. Quest’ultimo atto portò alla formazione di un vero e proprio trattato di alleanza stipulato il 16 Maggio 1939, chiamato da Mussolini “Patto d’Acciaio”, tra Italia e Germania, e che impegnava entrambe i paesi ad appoggiarsi reciprocamente con le armi qualora l’uno dei due fosse coinvolto in complicazioni belliche. In verità il Duce s’era messo in questi anni d’intesa con Hitler, benché involontariamente, nelle mani del nazismo, a imitazioni dei quali nell’autunno 1938 emanò la “legge razziale”, estranea alle tradizioni del Popolo italiano, che privò gli ebrei dei loro diritti civili. E’ vero che in precedenza Mussolini aveva a volte alluso a una presunta purezza della razza, e alla volontà di difenderla, ma è anche vero che egli non diede alcun sostegno a quei filoni di razzismo che ogni tanto si facevano sentire. Anzi lo stesso Mussolini promosse molti ebrei ad alti gradi amministrativi e dell’esercito, e addirittura ospitò gli ebrei che riuscivano a sfuggire dalla Germania. Comunque raramente la legge antisemita venne seriamente applicata e il razzismo italiano, a differenza di quello tedesco, fu più di tipo culturale che biologico.
L’ITALIA IN GUERRA

(Questo capitolo è trattato superficialmente in quanto l'intento di questa pagina non è di ricostruire la storia della guerra)
Il primo Settembre 1939, con l’invasione tedesca della Polonia, aveva inizio la seconda guerra mondiale. Mussolini aveva vantato l’esistenza di centocinquanta divisioni perfettamente armate e appoggiate da dieci milioni di riservisti, ma la verità era che soltanto dieci divisioni erano atte al combattimento. Perfino l’aviazione, vanto e fiore all’occhiello dell’Italia Fascista, era assai meno efficiente di quanto si voleva far credere, e di quanto Mussolini stesso credeva. Egli era infatti vittima degli uomini di cui si era circondato che non gli dissero mai la verità sull’impreparazione e sulle pessime condizioni in cui versava l’esercito italiano. Tuttavia iniziata l’invasione tedesca della Polonia, Mussolini informò i suoi ministri, usando l’espressione di “non belligeranza”, che l’Italia, almeno per il momento, non sarebbe intervenuta. Egli spiegò ai suoi più intimi collaboratori che e l’Italia avrebbe ritardato l’intervento dell’Italia fino a quando non fosse arrivato il momento opportuno, né troppo presto né troppo tardi, per dividersi il bottino con la Germania. Nell’Aprile del 1940 l’invasione tedesca della Norvegia e della Danimarca convinse Mussolini che era ormai giunto il momento d’intervenire per non perdere, disse, “l’appuntamento con la storia”. Inutili gli appelli di Reynaud, del Papa, di Roosevelt, tra Aprile e Maggio: l’occupazione tedesca del Belgio e dell’Olanda e l’avanzata tedesca in Francia facevano apparire sempre più la fine della guerra “lampo” con esito vittorioso. Così Mussolini, la sera del 10 Giugno 1940, dal balcone di Palazzo Venezia annunziò al Popolo italiano la dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra. Durante questo periodo di non belligeranza si fa sempre più forte l'ipotesi di un carteggio fra il Duce e Churchill, testimoniata da alcune carte ancora non rese pubbliche. Secondo l'ipotesi più accreditata il primo ministro inglese in queste lettere esortava Mussolini ad entrare in guerra con la Germania così, data l'apparente imminente vittoria tedesca, al tavolo della pace avrebbe fatto da cuscinetto ed evitato gravose sanzioni all'Inghilterra. Una seconda ipotesi, ma meno accreditata, sostiene che Churchill avrebbe esortato Mussolini ad entrare si in guerra, ma accanto l'Inghilterra, convinto che così le sorti della guerra si sarebbero ribaltate e l'Italia avrebbe potuto godere di numerosi vantaggi sia territoriali che economici. Tuttavia, dopo la dichiarazione, di operazioni militari non ci fu per il momento neppure l’ombra, soltanto il 17 Giugno, quando la Francia in ginocchio chiese l’armistizio, il Duce diede l’ordine di abbandonare sulle Alpi la posizione difensiva e di attaccare, ma l’offensiva sul fronte alpino si dimostrò un mezzo disastro. Il 28 Giugno Mussolini impartì a Balbo, governatore della Libia, l’ordine d’attaccare; ma proprio quel giorno l’aereo di Balbo fu incidentalmente abbattuto dalla contraerea italiana. Fu allora inviato a sostituirlo il maresciallo Graziani che era Capo di Stato Maggiore e dell’Esercito, con l’ordine di avanzare. Il maresciallo, che conosceva quali erano le condizioni dell’esercito, cercò di scongiurare questo nuovo attacco, o per lo meno di ritardarlo. Infine Graziani dovette cedere e in Settembre lanciò l’offensiva verso la costa libica, realizzando una rapida avanzata fino a Sidi el Barrani. Il 27 Ottobre 1940 Ciano firmava a Berlino, con Ribbentrop e l’ambasciatore giapponese, il Patto Tripartito, che abbozzava la spartizione del mando fra le tre potenze. Ora Mussolini riprese il progetto di attaccare nei Balcani e di estendere il suo potere sulla Grecia. La faciloneria e il dilettantismo con cui fu preparata l’offensiva contro la Grecia ebbero dell’incredibile: non si tenne conto della reale ricettività dei porti adriatici in cui sarebbero dovute sbarcare le truppe italiane, né delle difficoltà create dall’imminente stagione delle piogge, né erano disponibili carte topografiche di quell’aspra regione montagnosa, né i soldati erano dotati di uniformi pesanti, adatte a quelle temperature. Il 28 Ottobre 1940 incominciarono le operazioni in Grecia, masi rivelarono subito un fallimento. Nel giro di una settimana i greci respinsero le truppe italiane in territorio albanese e nei successivi tre mesi esse si trovarono a dover combattere, tra neve e fango, una disperata battaglia difensiva. Di fronte al bruciante scacco in Grecia, in un incontro nel mese di Gennaio con Hitler, Mussolini pose termine alla sua “guerra parallela” e, sancendo definitivamente la subordinazione politico-militare dell’Italia rispetto alla Germania, dovette accettare l’aiuto e l’intervento tedesco sia sul fronte greco che in Libia, e alla fine del Marzo 1941 i tedeschi attaccarono la Grecia, e in sole due settimane ne liquidarono la resistenza. I tedeschi lasciarono che l’amministrazione della Grecia occupata fosse affidata agli italiani, che dovettero occuparsi anche gruppi di resistenza greci. Intanto in Africa, nel Dicembre 1940, il corpo dell’esercito inglese, numericamente inferiore a quello italiano, ma tecnicamente molto superiore, inferse alle nostre truppe una grave sconfitta, con la caduta di numerose città che costrinsero Graziani ad una precipitosa ritirata. Così, anche in Africa l’Italia dovette accettare l’aiuto e l’intervento tedesco, che nel Febbraio 1941 si concretizzò nell’invio del generale Rommel, vero e proprio genio della guerra nel deserto, il quale assunse il comando delle operazioni. La “volpe del deserto”, così venne chiamato il generale Rommel per la sua capacità strategica, realizzò una spettacolare avanzata fino ai confini dell’Egitto. Questo notevole successo fu controbilanciato, nell’Aprile 1941, dalla perdita di Addis Abeba e di Massua di fronte a una forza alleata mista e dalla perdita di tutto l’Impero Italiano nell’Africa Orientale. Il 22 Giugno 1941 Hitler attaccò a sorpresa l’Unione Sovietica. Mussolini si affrettò a offrire truppe italiane, e man mano il corpo di spedizione italiano in Russia fu aumentato gradualmente di numero. La guerra era ormai in mano agli Alleati che il 9 e 10 Luglio sbarcarono in Sicilia.
LA R.S.I.

La notte fra il 24 e il 25 Luglio 1943 il Gran Consiglio, dopo un’accesa riunione, decretò la caduta del regime ripristinando tutte le funzioni statali e invitando il re ad assumersi il comando dell’esercito. Mussolini venne arrestato e il 12 Settembre 1943 liberato da un reparto tedesco. Dopo la ricostituzione del partito fascista ribattezzato Partito Fascista Repubblicano (PFR), il 23 Settembre Mussolini annunciò la costituzione del governo collaborazionista, ma in verità era quasi tutto controllato dai tedeschi, della Repubblica Sociale Italiana (RSI) con sede a Salò. A metà Novembre 1943 si riunì a Verona il primo congresso del PFR, che emanò un manifesto programmatico. L’8 Gennaio 1944 si riunì a Verona il Tribunale Speciale, che due giorni dopo concluse il processo con la fucilazione di chi , la notte fra il 24 e il 25 Luglio, votò a favore della caduta del regime, tranne Cianetti che ebbe trent’anni di reclusione. Rimane ancor oggi misteriosa e controversa la questione sulla domanda di grazia inoltrata dai condannati che pare non sia mai pervenuta a Mussolini. Intanto la guerra volgeva al termine, con la vittoria sempre più in mano degli alleati. Nell’Aprile 1945 gli alleati avevano ripreso la loro avanzata, mentre l’insurrezione antitedesca scoppiava in tutte le città italiane, e il 25 Aprile le truppe tedesche si ritirarono dall’Italia, finiva così la guerra per l’Italia. (Una guerra dove, secondo molti italiani, l’Italia ne uscì vittoriosa, ma al tavolo della pace non fu così. Trasformare un invasione, una resa un tradimento, una sconfitta in una liberazione è puro virtuosismo verbale che non può coprire una verità ed una viltà storica). La costituzione del nuovo esercito repubblicano avvenne tra grandi difficoltà. Graziani, che aveva assunto il comando delle forze armate, mentre esortava tutti gli ufficiali a riprendere servizio accanto ai tedeschi, inviò quattro divisioni di volontari in Germania per l’addestramento. Comunque, già dopo il tradimento italiano dell’8 settembre, molti reparti italiani ed in particolare le camicie nere aggregate alle divisioni del regio esercito, espressero subito la loro volontà di continuare a battersi al fianco dei tedeschi e furono subito impiegati nelle operazioni al fronte. Tra questi volontari non ci furono solo fascisti, ma anche molti ufficiali dell’esercito che volevano tenere fede all’alleanza con i tedeschi. Ecco un quadro sommario delle principali formazioni armate della RSI: Esercito Forza dichiarata 300.000 uomini, con le divisioni Littorio (Granatieri), Monterosa (Alpini), San Marco (Truppe da sbarco), Italia (Bersaglieri). Inoltre diverse unità anti–partigiani, del Genio, di Supporto e Sussistenza. Marina Repubblicana Forza dichiarata: 26000 uomini. Operò principalmente con il naviglio sottile e con i sommergibili in Atlantico e nel Mar Nero. Aeronautica Repubblicana Forza dichiarata: 79000 uomini. Operò principalmente con caccia di fabbricazione italiana e tedesca per la difesa del territorio, e con aerosiluranti attaccando anche navi a Gibilterra. Dipendevano dalla A.R. anche l’artiglieria contraerea e i reparti di paracadutisti e di antiparacadutisti. Guardia nazionale repubblicana (ex Milizia, comandante Renato Ricci). Forza dichiarata: 140-150 mila uomini. Costituita il 20 novembre 1943, fu la prima «superpolizia del partito», la meglio organizzata, con maggiori mezzi e buon armamento. Dal dicembre 1943 incorporò anche i carabinieri rimasti. Decima Mas (comandante principe Junio Valerio Borghese). Forza dichiarata: 10.000 uomini. Fondata da Borghese a La Spezia il 9 settembre 1943, fu riconosciuta dalla Germania il 14 settembre con un vero e proprio accordo italo-tedesco (fu l'unico corpo armato italiano nato prima della costituzione della RSI). Il nucleo originario (100 marò e una trentina fra sommergibilisti e arditi incursori) raccolse oltre 4000 marinai e volontari che vennero divisi in 6 battaglioni di fanteria di marina (Barbarigo, Fulmine, Freccia, Valanga, Sagittario, Lupo). Brigate nere (comandante il segretario del PFR Alessandro Pavolini) Forza dichiarata: 110.000 uomini. Le Brigate nere vennero create il 30 giugno 1944 trasformando il Partito fascista in organismo militare; vi dovevano appartenere «tutti gli iscritti al Partito fascista repubblicano di età fra i 18 e i 60 anni, non appartenenti ad altre forze ausiliarie». Le Brigate nere erano 39, ognuna corrispondente a una provincia. Ciascuna portava il nome di un caduto fascista: furono destinate esclusivamente alla lotta contro i partigiani. Legione autonoma mobile Ettore Muti (comandante il «colonnello» Francesco Colombo, un ex sergente). Forza dichiarata: 2300 uomini. Costituita nel gennaio-febbraio 1944, la Muti aveva sede a Milano nella caserma Solinas ed era composta da due unità: il battaglione mobile che operava nelle vallate per i rastrellamenti e quello che presidiava Milano. Il reparto era noto per le torture ai prigionieri, le estorsioni e i saccheggi. Servizio Ausiliario Femminile 5500 donne. Fu il primo corpo militare femminile in Itali, sorse ufficialmente il 18 aprile 1944 per sopperire a molteplici compiti: servizi ospedalieri, amministrativi, logistici, assistenziali, posti di ristoro e protezione antiaerea. Intanto la guerra volgeva al termine, con la vittoria sempre più in mano degli alleati. Nell’Aprile 1945 gli alleati avevano ripreso la loro avanzata, mentre l’insurrezione antitedesca scoppiava in tutte le città italiane, e il 25 Aprile le truppe tedesche si ritirarono dall’Italia. Finiva così la guerra per l’Italia. Una guerra da cui, secondo molti italiani e secondo i nostri libri di storia, l'Italia ne uscì vittoriosa, ma non fu così al tavolo della pace. La Repubblica di Salò rappresentò l’onore dell’Italia, e la sua storia fu ed è considerata da tutti , da tutti ma all’estero (ovviamente in Italia erano e sono sempre impegnati a fomentare il mito partigiano e a farsi sottomettere dai “liberatori”), un’epopea descrivendo quel volta faccia italiano come la più grande viltà storica. Sui ragazzi di Salò si è detto molto: rastrellatori e collaborazionisti, ma voglio solo ricordare che l'esercito della RSI aveva l'ordine di non sparare ad alcun italiano se non per difesa: furono i partigiani i primi ad aprire il fuoco contro loro fratelli, parenti, amici (non voglio così assolutamente giustificare le azioni di Salò ma ... solo invitarvi a riflettere).
IL NEOFASCISMO

IL 26 Dicembre 1946 viene fondato a Roma, nello studio di Arturo Nichelini, il “Movimento Sociale Italiano” (MSI), con lo scopo di tutelare i reduci del Fascismo e continuare i valori della RSI. Nel nuovo movimento convogliano le loro energie vari gruppi e giornali. Il Movimento si mostro subito molto eterogeneo, in quanto composto da due correnti: una di destra, e una che si ispira ad un Fascismo sociale e rivoluzionario che riuscirà a prevalere negli anni 60 e 70. nel 1952 si sviluppa una nuova corrente più spiritualista ispirata alle idee del filosofo, poeta e pittore Julius Evola. Nel 1954 le accentuazioni moderate e conservatrici del Movimento portano ad una rottura con Rauti, Signorelli, Andriani e Graziani, che fondano il movimento “Ordine Nuovo”. Nel 1960, con la caduta del governo DC, a cui era molto vicino l’MSI, cade, cosi la DC comincia un periodo di alleanze con la sinistra, relegando il Movimento Sociale in un ghetto. Nello stesso anno Stefano delle Chiaie fonda “Avanguardia Nazionale”, che ha come simbolo una runa e come obiettivi un Europa libera e indipendente a sostegno dei poveri, ma il nuovo movimento durerà soltanto cinque anni. Nel 1969 il Principe Borghese, ex comandante della Xa Mas fonda il “Fronte Nazionale”, che non avrà lunga vita. Nel 1972 l’MSI, il partito monarchico e tutte le altre piccole famiglie ideologiche di destra si fondono, formando l’ ”MSI – Destra Nazionale”. Nel 1973 si scioglie “Ordine Nuovo”, e nel 1977 nasce “Terza Posizione” (inizialmente “Lotta Studentesca”), di Gabriele Agidolfi, Roberto Fiore e Giuseppe Dimitri, di stampo evoliano, ma nel 1980 si scioglie. Nel 1991, viene fondato da Giorgio Pisanò il “Movimento Fascismo e Libertà”. Questo movimento, il cui seguito elettorale è piuttosto scarso, si rifà agli ideali del ventennio Fascista e al pensiero Mussoliniano (in particolare quello del manifesto di Verona del 1944). Il “Movimento Fascismo e Libertà” rivendica la modernità del pensiero fascista di allora e si batte per la democrazia corporativa e per la verità storica falsata dalla propaganda di regime nata dalla "resistenza". Il simbolo di questo movimento radicato nei dintorni del milanese è il fascio repubblicano di Mazzini con ai lati la scritta "Fascismo e Libertà". Da applaudire la grande forza di questo piccolo partito che è riuscito dopo numerose battaglie a superare i vari vincoli istituzionali e giuridici e le leggi “liberticide” Scelba e Mancino ottenendo il pieno riconoscimento legale. Nel 1995, dopo il congresso di Fiuggi, Fini trasforma l’MSI-Destra Nazionale in “Alleanza Nazionale” (AN), un nuovo partito che scelse di rappresentare una destra liberalcapitalista, riconoscendo i meriti della resistenza e rinnegando il proprio passato fascista. Non tutti i missini presenti furono d'accordo con quella svolta anti-fascista, emblematico fu il discorso di Rauti in cui dichiarò: “di restare orgogliosamente missino”. Infatti i veri camerati si riunirono nel “Movimento Sociale - Fiamma Tricolore” (MS-FT) che si propose di continuare il cammino del MSI. Il Movimento pubblica un suo quotidiano "Linea" e un suo nuovo periodico “L’Antagonista”. Dalla Fiamma successivamente si staccheranno altri partiti neofascisti. Nel Settembre 1997, a Londra, Massimo Morsello e Roberto Fiore fondano il movimento “Forza Nuova”, movimento miovanile collegato alla Falange Spagnola, agli Haideriani e all'Npd tedesco. Si ispira oltre che al fascismo, al tradizionalismo cattolico e si batte contro l'immigrazione, l'aborto, la massoneria, e chiede il ripristino del concordato Stato-Chiesa del 1929, ed è fortemente presente il pensiero nazista. Sempre nel Settembre 1997 Adriano Thilgher, dopo una rottura tra una parte della dirigenza del MS - Fiamma Tricolore, rappresentata dallo stesso Tilgher, e un’altra rappresentata da Pino Rauti, fonda il partito “Fronte Nazionale", recentemente rinominato “Fronte sociale Nazionale”. Nel 2000 si tentò la riunificazione fra il Fronte e la Fiamma ma il tentativo non andò a buon fine, anche se le trattative continuano. Il Fronte si pone come movimento nazionalpopolare e alternativo al di là della destra e della sinistra, rifiuta l'aggettivo fascista e si propone come alternativo al sistema e favorevole all'unità delle forze rivoluzionarie di destra e sinistra. Non ha nessuna tendenza religiosa, anche se si allaccia ai valori etico-religiosi (cristiani) legati alla cultura, alla storia ed alla tradizione del nostro popolo, e le sue battaglie sono concentrate sulla lotta all'immigrazione, l'opposizione al mondialismo, la tutela dei lavoratori italiani, l'uscita dell'Italia e dell'Europa dalla NATO.

