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L'ALTERNATIVA CORPORATIVA

<< Lo Stato fascista o è corporativo o non è fascista >>, questo è quanto affermava B. Mussolini nel 1930, ovvero tre anni dopo la creazione della Carta del Lavoro. Questo documento, orgoglio di una Rivoluzione in verità mai completata, contiene in sé principi sociali che l’Italia pre-fascista, benché “democratica”, non ha nemmeno lontanamente intravisto, annebbiata com’era dagli interessi dei propri parlamentari. I principi in questione fanno riferimento alla creazione della Magistratura del lavoro, sopravvissuta oggi allo smantellamento spesso acritico delle istituzioni fasciste, all’affermazione del diritto alla previdenza sociale (nel ’33 fu ristrutturato l’INPS), della giusta retribuzione, del periodo di riposo annuale comunque pagato, dell’indennità in caso di licenziamento per colpe non proprie o per morte dello stesso lavoratore; ma ciò che caratterizza più di tutto la Carta del Lavoro non sono quei diritti che poi verranno riaffermati dai successivi regimi liberali, quanto l’istituzionalizzazione (o quanto meno il progetto d’istituzionalizzazione) dello Stato corporativo. La teoria corporativa, già adottata da D’Annunzio a Fiume, fece la sua prima comparsa nei programmi fascisti solo nel 1921. Riaffermata e apparentemente rinvigorita, come abbiamo visto, dalla Carta del Lavoro, risulta però essere offuscata dalle forme che il Regime man mano acquista in senso totalitario e dall’imborghesimento della nuova classe dirigente scelta da Mussolini, più incline ad una moderazione dei programmi. Bottai, principale autore della Carta del Lavoro, credeva che il ministero delle Corporazioni dovesse diventare un vero e proprio ministero di programmazione economica , che le corporazioni dovessero godere di ampie materie d’azione e che le cariche dovessero essere elettive…alla fine però prevalse l’idea reazionaria di A. Rocco, più vicino in quel momento alle posizioni del Duce. Molto più tardi, nell’ora tragica della guerra civile, i progetti fascisti del ’19 e lo Stato corporativo trionferanno nella R.S.I., la quale avrà solo il difetto di durare troppo poco. Nella Repubblica di Salò si avvierà finalmente la “socializzazione” (tanto criticata dai nazisti, ma comunque ottenuta da Mussolini e dai suoi ministri) e si formerà parallelamente la Confederazione unica del lavoro. Ciò che segue alla guerra è una continua opera di purificazione fisica ed ideale: “Nemmeno i morti saranno al sicuro dal nemico, se questo vincerà. E questo nemico non ha smesso di vincere” (W. Benjamin). Infatti nel nostro Paese l’idea corporativa ha potuto solo coltivare una debole e breve speranza di sopravvivenza. Terminato il secondo conflitto mondiale con la caduta in Italia del fascismo, la Costituente (a maggioranza democristiana, socialista e comunista) ebbe da ripensare il ruolo del Senato. Con la sconfitta per referendum della monarchia, il Senato (formato prima su nomina regia) perdeva il suolo su cui camminare. Fu così che la Costituente valutò la possibilità di fare di questa Camera il luogo in cui raccogliere la rappresentanza delle diverse categorie di lavoratori. Si pensò però che tale funzione sarebbe somigliata troppo a quella della Camera dei fasci e delle corporazioni e che comunque così si sarebbe rischiato di dare un merito al fascismo. Dopo aver valutato poi la possibilità di raccogliere nel Senato i delegati delle regioni, i costituenti optarono per una discutibile decisione: si fece un “doppione” pressoché perfetto della Camera dei Deputati. Nel nostro profilo storico siamo dunque arrivati al ’48 ed il corporativismo non cessa di vivere. Nel 1950 a Napoli si fonda la CISNAL (Confederazione Italiana Sindacati Nazionali Lavoratori) che si rifà al sindacalismo nazionale e che si mostra vicina alle posizioni del MSI. Questa organizzazione sindacale propone un modello corporativo che risolva i rapporti problematici tra Stato e sindacati. Dopo la scissione che da’ vita alla Unione Sindacale Italiana Lavoratori, la CISNAL, unendosi ad altre organizzazioni sindacali, forma la UGL. Quanto detto finora rende più facile la definizione del corporativismo. Nelle finalità esso vuole superare l’individuo per collocarlo in un collettivismo (corporativo) che faccia del lavoro il fattore unificante della società, nonché una delle principali dimensioni dello Stato. Tecnicamente diremmo che è un sistema politico-sociale fondato sulla appartenenza e rappresentanza del singolo in categorie professionali (corporazioni), i cui rapporti sono mediati dallo Stato. In termini più semplici viene praticamente dato un luogo istituzionale in cui le corporazioni, superando il classismo marxista e quello liberal-capitalistico, arrivano ad un accordo circa temi importanti come i contratti nazionali ed i diritti dei lavoratori. Queste organizzazioni godrebbero di una propria camera nella quale elaborare atti aventi valore di legge, nonché di un diretto finanziamento statale, così come avviene per i partiti. Attraverso un potere sia politico che economico si renderebbero inutili sia il servilismo che spesso i sindacati oggi mostrano nei confronti di taluni partiti, i quali strumentalizzano e svuotano le reali istanze dei lavoratori, sia il fenomeno opposto, che vede alcuni partiti dipendenti dai sindacati, riproponendo (e favorendo) una catastrofica visione di eterno conflitto tra contrastanti interessi. Lo Stato corporativo vuole offrire una soluzione all’eterna lotta tra padroni e lavoratori, dando un potere politico diretto che sostituisca quello del ricatto, quest’ultimo volto solo ad avvelenare l’unità sociale e politica della Nazione.

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A PROPOSITO DI GLOBALIZZAZIONE

Rispetto a "mondiale", "planetario", "universale" ed "internazionale", il termine "globale" assume un significato più specifico: esso è associato al mercato di merci, di forza-lavoro e di capitali. La globalizzazione ha portato, e continuerà a portare, la progressiva eliminazione di dazi, diritti portuali ed aeroportuali conducendo inesorabilmente ad una liberalizzazione, che, da sempre, è avversata dal fascismo. Nel grande mercato globale gli operatori economici agirebbero guardando con non poco interesse a:

1) la crescita dell'inflazione,

2) e il "rischio paese".

Sospinti da questo "vento globale" che pretenderebbe di portare avanti tutti i mercati, chi oppone resistenza sarebbe perduto. Così, di fronte alla pressione delle onnipotenti società mondiali, i governi nazionali sacrificherebbero di buon grado l'occupazione per frenare l'inflazione (esiste un rapporto invesamente proporzionale tra tasso di disoccupazione e tasso d'inflazione) e con altrettanta facilità sarebbero disposti a ridurre qualsiasi "rischio paese" (con i quali termini s'intendono non solo atti di violenza, ma anche instabilità politiche e crisi sociali), giungendo quindi a compromettere qualsiasi rapporto democratico "maggioranza-opposizioni": livellando, omologando e zittendo. Si giungerebbe, insomma, all'affermazione di E.Pound: <<Quando cessarono i re, cominciarono i banchieri>>. Sebbene sia il Popolo (metaforicamente visto nel "re") che dovrebbe detenere il potere politico, questi dovrà cedere la poltrona alle multinazionali ("i banchieri"). Inoltre, al di là delle considerazioni filosofico - politiche che vorrebbero che il Popolo governasse se stesso attraverso i suoi rappresentanti, c'è da aggiungere che non solo i cittadini di uno Stato vedrebbero le proprie vite gestite da un potere economico, ma in aggiunta tale potere avrà ottime possibilità di essere di altra "cittadinanaza". E', infatti, nella natura dell'imprenditore cercare il posto meno costoso in cui insediare la sua industria. Egli investirà dunque in un Paese economicamente più debole del suo per vendere altrove, facilitato in tutto dalla tecnologia (i trasporti ormai portano costi davvero irrisori nell'ambito del grande commercio), requisito necessario per la globalizzazione. Se è vero che così il lavoratore avrà finalmente il suo posto di lavoro nella fabbrica straniera costruita nella sua terra, è pur vero che egli così dovrà accettare di perdere qualsiasi potere politico realmente rilevante, poiché gli stessi organi democratici del suo Paese saranno desautorati da qualsiasi capacità decisionale. Appare poi una chimera la tesi secondo cui la globalizzazione porterebbe una ricchezza diffusa e più equamente ripartita. Più o meno il ragionamento che i globalizzatori fanno è il seguente: se ,come abbiamo già detto, le economie forti investiranno nei paesi poveri, le prime cederanno alle seconde dei capitali in forma di stipendi, azzerando nel corso degli anni la differenza tra società ricche e società povere. In tutto ciò pare non si tenga conto che: 1) se si diffonde ricchezza, questa non è reale, poiché nel frattempo le economie centrali godrebbero di merci a basso costo da vendere facilmente e con un ampio surplus di guadagno (così, per esempio, se l'Indocina fa' un passo avanti, l' Americana ne fa' cinque), e 2) un popolo "operaio", dipenderà sempre da economie estere, essendo privato dei capitali necessari per il proprio riscatto. L'articolo, quasi scrittosi da sé, ci ha dunque portato al punto forse più discusso dalla critica antiglobalizzatrice: dalla liberalizzazione globale si giungerebbe ad un "nuovo" fenomeno di colonizzazione (del dollaro), con relative sudditanze in campo anche militare. In conclusione si dica che la critica che i fascisti muovono al fenomeno della globalizzazione non ha un carattere solo "ideale", in base al quale l'Italia (e con Lei l'Europa, l'Asia, l'Africa e l'America latina) realmente rischierebbe di perdere la propria identità storica e culturale, ma porta fino alla denuncia di pericolose conseguenze sociali e politiche, oltre che economiche. Contro il fenomeno in questione il fascismo pone l'accento sull'importanza e la bellezza delle diversità culturali, sull'indipendenza nazionale e sulla sovranità popolare!

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PERCHE' LA PATRIA? (Alberto B. Mariantoni)

Parlare di Patria, in un mondo completamente atomizzato, distratto e subornato dall’illusione individualista, dall’invadente e devastante aggressione mondialista e dalle cosiddette ineluttabili esigenze della supremazia del denaro, non è certo cosa facile… Come spiegare, infatti, alle frastornate ed ignare popolazioni del nostro superficiale ed avvilito presente, cosa voglia veramente dire o propriamente significare sentirsi legato alla propria famiglia, alla stirpe d’estrazione, alla terra natale, al luogo d’origine, alla lingua, alla cultura, ai principi ed ai valori che da quelle scontate o fortuite contingenze continuano, ogni giorno, incessantemente ad emanare o a scaturire? Come far capire, a coloro che tendono psicologicamente a genuflettersi o fisicamente a mettersi in sottordine nei confronti dei contenuti delle proprie tasche, cosa voglia dire o significare, essere, esistere ed agire in correlazione e conformità con l’ambiente naturale che ci esprime e ci caratterizza? Come far comprendere, a degli uomini che hanno largamente dimenticato il senso della vita e dell’esistenza umana, l’importanza di possedere un nome ed un cognome, una maternità ed una paternità; di conoscere il luogo della propria nascita e l’ora in cui si è venuti al mondo; di rammentare a se stessi la contrada dove si sono compiuti i primi passi, scandite le prime parole, vagheggiati i primi amori, fantasticato le prime utopie, saggiato i primi malintesi, ottenuto i primi successi, sopportato o patito le prime sconfitte? In altre parole: possedere la prerogativa ed il privilegio di sentirsi legato a quegli elementi naturali che, nel corso dei secoli, permettono inevitabilmente a degli esseri fragili ed indifesi - non solo di prendere coscienza del proprio «ego», del proprio istinto, della propria originalità, del proprio estro, delle proprie qualità e/o capacità, ma - di trasformarsi gradualmente e sicuramente in Popolo, Nazione, Stato, Civiltà e, di conseguenza, in Storia! La Storia tout-court, naturalmente: esperienza di vita ciclica e costante, vivente e palpitante, istruttiva e formativa che - senza passare dai libri di scuola o dalle corpose e documentate ricerche, i circostanziati rendiconti o le particolareggiate cronologie degli studiosi e dei conoscitori - si trasmette invariabilmente ai figli ed ai nipoti, attraverso i frammentari racconti o le dettagliate riflessioni dei nonni, i sofferti o sereni tirocini dei padri, i ragionati o spensierati ragguagli dei parenti o degli amici; senza dimenticare le consapevolezze acquisite o osservate, le indagini svolte o utilizzate, le sperimentazioni tentate o provate da coloro che ci hanno direttamente preceduto nel contesto del nostro habitat naturale. «E’ istinto di natura - precisa il Metastasio (pseudonimo di Pietro-Antonio-Domenico Bonaventura Trapassi, 1689-1782) - l’amor del patrio nido. Amano anch’esse le spelonche natìe le fiere istesse» (Temistocle, II, 8). Come definire, allora, i menefreghisti, i denigratori e/o i negatori della Patria che purtroppo abbondano e spadroneggiano, in mezzo a noi, nel nostro penoso ed affliggente periodo storico: coloro, cioè, che minimizzano, disprezzano o ricusano a priori la terra dei Patres, l’aria che respirano, la terra che calpestano, gli oggetti che palpano, i paesaggi che osservano, le risonanze che intercettano, le effusioni che annusano, i ricordi che assommano? Come inquadrare coloro che, direttamente o indirettamente, esprimono insensibilità, avversione o repulsione nei confronti dei propri genitori, dei propri fratelli e delle proprie sorelle, dei propri figli, della propria famiglia, dei propri antenati? Come interpretare coloro che, formalmente o informalmente, provano insofferenza e disgusto - o, peggio ancora, indifferenza e distacco - per la propria dimora, i propri affetti, i legami naturali della vita e le tombe dei propri cari? Natura abhorret vacuum (la natura ha orrore del vuoto)… Eppure, al giorno d’oggi, nella vita di ognuno, il vuoto ed il nulla sono dappertutto: nei nostri sguardi ed all’interno dei nostri cuori; sulle strade e le piazze dei nostri percorsi quotidiani; negli spazi esterni e tra le mura di casa nostra; nei luoghi di lavoro o di svago; nel contesto dei nostri interessi, delle nostre aspirazioni, delle nostre relazioni; ed ugualmente, nell’ambito delle nostre passioni, delle nostre propensioni, delle nostre afflizioni o sofferenze, delle nostre gioie o spensieratezze, dei nostri affetti, dei nostri capricci, dei nostri piaceri… Tutto è comparato e raffrontato al denaro, ai prezzi, ai costi. Al perdere ed al guadagnare… All’interesse immediato. E tutto, naturalmente, è ridotto a contrattazione, mercanteggiamento, patteggiamento e, quindi, a fredda ed inanimata convenzione, formalità, procedura. All’interno delle nostre società dislocate e nebulizzate, nulla ci lega più a niente: né il sangue della nostra stirpe, né la terra dei nostri avi, né l’espressione formale o sostanziale delle nostre culture, né i miti o i riti delle nostre tradizioni ancestrali, né i fondamenti o i presupposti civili e morali delle nostre ultramillenarie civiltà. Nel nostro tempo, inoltre, tutto inizia e finisce con noi stessi, con le nostre personali introspezioni ed i nostri individuali psicodrammi. Mai come ai nostri giorni, infatti, nelle nostre società, si nasce e si muore soli. Si sogna e ci si risveglia soli. Si lavora e ci si affanna soli. Si ha successo o si fallisce soli. Si soffre e si gioisce soli. Il tutto, senza nessuna comunione di spirito o d’intenti con coloro che ci attorniano o ci contornano. Ed ancor più grave: senza il benché minimo sostegno, incitamento, conforto; ossia, condiscendenza o sincera e spassionata complicità da parte di chi agisce, interagisce o opera, come noi, all’interno dello stesso habitat o del medesimo contesto. Belli o brutti, alti o bassi, grassi o magri, simpatici o antipatici, attraenti o ripugnanti, piacevoli o insopportabili, intelligenti o mediocri, illustri o sconosciuti, affermati o marginali, interessanti o insignificanti, furbi o fessi, benestanti o indigenti, fortunati o scalognati, siamo tutti indistintamente soli… Soli e costantemente infelici. Tristi, angosciati ed invariabilmente scontenti. Scoraggiati, depressi e sistematicamente sconsolati. Tutto ciò, per la semplice ragione che abbiamo allegramente e sconsideratamente accettato - nella nostra psiche e nell’usuale prassi del nostro vivere quotidiano - di dimenticare o di mettere momentaneamente in sordina, il significato ed il senso della parola «Patria». La Patria, infatti, non è soltanto un principio ideale. Non è solamente una vacua o formale nozione politica. Non è unicamente l’argomento ad effetto di una semplice o sofisticata enfasi oratoria. Non è, in nessun caso, esclusivamente la manifestazione o l’estrinsecazione dialettica di un’astratta o immateriale retorica… La Patria, a mio giudizio - senza per questo dover scomodare Omero, Virgilio o Dante, oppure Foscolo, D’Annunzio o Leopardi, o ancora Herder (1744-1803) o Fichte (1762-1814) – è lo spontaneo, vigoroso e prolifico bulbo delle nostre più intime attese e delle nostre più nutrite speranze. E’ il ceppo naturale del nostro essere e del nostro possibile divenire. E’ la radice profonda dalla quale, in qualunque momento e circostanza, possiamo tranquillamente far svettare - se lo vogliamo - i tronchi, i rami e le foglie, nonché i lussureggianti fiori ed i rigogliosi e succulenti frutti della nostra individuale e collettiva esistenza.

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NAZIONALSOCIALISMO E FASCISMO

L'atteggiamento della maggior parte della storiografia europea del dopoguerra ha volutamente trattato il fenomeno delle dittature italiana e tedesca tentando di accorpare in un unico fascio tutti i totalitarismi di destra, considerando cioè Nazionalsocialismo, Fascismo, Franchismo e dittature militari sudamericane come movimenti paralleli. Come sempre è Renzo De Felice a sottolineare la peculiarità del fascismo rispetto agli altri regimi: “Quando si dice che i regime fascista è conservatore, autoritario, reazionario (ndr: parole da non ritenersi offensive se usate col loro significato più alto e nobile), si può avere ragione. Però esso non ha nulla in comune con i regimi conservatori che erano esistiti prima del fascismo e con i regimi reazionari che si sono avuti dopo”. Secondo De Felice l’elemento discriminante è quello della mobilitazione e la partecipazione attiva delle masse, che nettamente si oppone al tentativo di esclusione e demobilitazione attuato per esempio dal regime dei colonnelli in Grecia o nel Cile di Pinochet o nel regime dei generali in Argentina. Analogo discorso può essere fatto per il Nazionalsocialismo tedesco ma vale la pena approfondire la sostanziale diversità tra questo ed il fascismo italiano avvalendoci proprio della prospettiva di De Felice e di Furet, tesi condivise in buona parte anche da Nolte, e trascurando per il momento il fattore razziale antisemita sul quale torneremo. Il regime tedesco si connota per la più netta presenza dello stato nell’economia, la preminenza “dell’elemento pubblico nell’economia, il diverso ruolo del partito nazista nella società e nello Stato rispetto a quello italiano”. “In un certo senso il Nazismo è stato un totalitarismo compiuto molto più di quello italiano”. In realtà per il fascismo italiano non si adatta la parola totalitarismo, che non è comunque una parola dispregiativa se non è usata a sproposito, alla quale è preferibile il termine “sistema organico” (Cfr. Evola: “Il fascismo visto da destra”). La differenza è niente affatto sottile perché un sistema totalitario è un sistema che entra pesantemente in tutte le attività della società, dalla politica alla economia, dalla cultura allo sport e all’arte. Al contrario un sistema organico è un ente supremo che spinge verso certe posizioni anche senza essere presente in maniera pregnante, è un centro attorno al quale tutto ruota di sua spontanea volontà, senza costrizioni; è il “motore immobile” di Aristotele. Non si può comunque non condividere il fatto che la differenza sostanziale tra queste due ideologie è connaturata al concetto di razza; la rivoluzione nazista si muove in due direzioni, una tendente verso la modernizzazione e la creazione di un mondo e di una società nuova, l’altra tendente alla creazione di un uomo nuovo. Ma la ricerca di quest’ultimo è solo una riscoperta in quanto esso esisteva da sempre; era questo l’uomo tradizionale, che andava solo ricondotto “al ruolo di soggetto storico”. Per questo il nazionalsocialismo si appellò “a valori tradizionali, antichi, addirittura immutabili per costruire questa nuova società”. Il concetto di razza serviva a sancire che effettivamente l’uomo nuovo era solamente da riscoprire nei discendenti di quel ceppo etnico che proveniva dall’Indo e che il nazionalsocialismo identificò nella razza ariana. Tutto questo in contrapposizione al fascismo per il quale “il mito della romanità.....è semplicemente un mito, letterario e retorico”. Il concetto di “romanitas” era ripreso e riadattato al momento storico, l’ideale di Impero era rivisitato in chiave moderna; non si trattò di una riproposta sterile della romanità delle legioni, dei pontefici massimi e degli aruspici, ma di un fecondo richiamarsi a valori tradizionali da parte di individui ormai imprescindibilmente cristiani ed in particolare cattolici. Risulta incontestabile altresì che il razzismo biologico che tanta presa fece in Germania, non attecchì minimamente in Italia (le leggi razziali furono promulgate nel 1938, dopo un acceso dibattito al Gran Consiglio, e scarsamente applicate fino all’occupazione tedesca), dove al contrario si venne a sviluppare un razzismo su base culturale. Anche Julius Evola, definito come il più razzista degli scrittori italiani, era più un razzista culturale che biologico, tant’è che egli era un sincero estimatore e studioso della cabala ebraica, elemento che riteneva estraneo alla cultura materialista giudaica che egli invece profondamente disprezzava. Da rimarcare che proprio il fattore razziale, assieme alla mai sopita ottocentesca tendenza al pangermanesimo, fece assumere al Nazionalsocialismo un carattere tipicamente transnazionale in senso germanico, varcando i confini angusti della Germania per estendersi dai Carpazi ai fiordi norvegesi, dal Reno agli Urali, per ricostituire intatta quella unità di popolo nordico ario che Fichte chiamava “Ur Volk”, il popolo primordiale. In senso germanico e non solo; già con l’entrata in guerra il nazionalsocialismo cominciò a divenire una realtà europea a tale punto da arruolare nelle file delle S.S. interi reggimenti formati da giovani europei; la legione Vallone (Wallonien) formata da belgi valloni, tra i quali Leon De Grelle, la Charleroi composta da belgi fiamminghi, la Charlemagne e la Jeanne d’Arc francesi, la Hiwis e la Hilfsfreiwillige con arruolati provenienti dalla Ucraina e dai paesi baltici, la Wiking e la Nordland norvegesi, o il reggimento croato degli Ustascia, che difesero il bunker di Berlino fino alla fine. Non erano stati questi certo arruolamenti coatti, ma al contrario testimoniano una adesione sincera al nazionalsocialismo di una parte della gioventù europea che la moderna storiografia si è affrettata a cancellare dai libri di testo. Il Fascismo italiano non ebbe mai carattere transnazionale e tranne alcuni minimali aggiustamenti di confini, la volontà di espansione fu limitata alle terre coltivabili senza alcuna aspirazione di panitalianesimo; l’Istria e qualche territorio francese erano sufficienti a calmare queste aspirazioni nazionalistiche e tutto l’irredentismo sopravvissuto alla grande Guerra. Per questo il fascismo si caratterizzò essenzialmente come fenomeno nazionale, molto più del Nazionalsocialismo; Mussolini stesso aveva affermato che “il fascismo non è una merce da esportazione”. Di contro però (proprio come un motore immobile) il fascismo fu preso a modello da tutti quei movimenti europei ed extraeuropei che volevano perseguire una politica di destra rivoluzionaria; c’era almeno un movimento di ispirazione fascista in tutti i paesi europei e sudamericani, senza contare paesi come il Giappone, l’Australia e il Canada. In Europa i più importanti furono la “Guardia di ferro” del rumeno Codreanu, con le loro camicie verdi, la “Falange Espanola” di Besteira e del più famoso Josè Antonio Primo de Riveira, con il giogo e le frecce come simbolo. Una più approfondita comprensione del fenomeno nazista e quindi delle sue differenze con il fascismo deve però fare i conti con i precursori di esso e con la chiara origine tradizionale di alcune sue componenti. Per quanto riguarda i primi bisogna senza dubbio citare i filosofi Hegel, per ciò che concerne la teorizzazione dello stato etico, Fichte ed i suoi studi sul popolo e la lingua tedesca, che egli definiva Ur Volk ed Ur Sprache, cioè popolo e linguaggio primordiali. Con ciò egli intendeva che la Germania era in assoluto la nazione che più aveva mantenuto i legami con il suo passato più remoto, e che quindi aveva il dovere ed il diritto di essere la guida dei popoli che avevano smarrito la tradizione. La nozione della Germania e dei tedeschi come popolo guida (la “missione” del popolo tedesco come la definì Hitler) fu un motivo dominante di tutto il Nazionalsocialismo. Da inserire assolutamente tra questi filosofi anche Nietzsche e le sue teorie sull’individuo assoluto e la sua dottrina del superuomo nel quale si riconobbero moltissimo non solo i nazisti, ma anche i fascisti italiani; sia Hegel che Nietzsche sono da ascrivere alle origini anche del fascismo, visto che proprio Mussolini ne fu influenzato in modo particolare. Grandissima importanza nella genesi del credo nazista è da attribuirsi ancora a due personaggi meno conosciuti; Schomberg con i sui scritti dedicati al pangermanesimo, e Rosemberg che gettò le basi delle teorie sul razzismo biologico. Per quanto riguarda la presenza di correnti più prettamente tradizionali ed esoteriche, Pauwels e Bergier ne “le matin des magiciens”, affermano che “Lenin diceva che il comunismo è il socialismo più l’elettricità. In un certo senso, l’hitlerismo era il guenonismo più le divisioni blindate”. Chiaramente con il termine guenonismo non si fa propriamente riferimento a René Guenon (1886-1951) che era un contemporaneo nel periodo storico in questione e che molto poco avrebbe potuto influenzare la genesi del nazionalsocialismo con la sua opera. Si vuole invece chiamare con guenonismo tutta una corrente di tradizionalismo integrale che si richiama ad una tradizione primordiale della quale Platone, Aristotele, Dante e tutta una serie di autori minori che si erano dedicati ai vari aspetti presi singolarmente, furono i perpetuatori e che nell’epoca attuale aveva conosciuto come massimi esponenti Guenon, Evola, Eliade e Dumezil. Un legame molto forte con la tradizione è d’altronde visibile nello stesso vessillo del partito nazional socialista che al suo interno contiene la svastica; era questa il simbolo dell’Agartha, il centro iniziatico sede del Re del mondo, e chi oggi passeggia tra le rovine dell’antica civiltà del Gange la può vedere su quasi tutti i monumenti. Con una differenza sostanziale però; la svastica nazista è destrogira mentre quella di Agartha, che rappresenta il sole, è sinistrogira. Con tali premesse è facile capire anche perché Hitler si sbarazzò completamente di tutte le chiese e le religioni esistenti in Germania, da quella Luterana a quella Cattolica per instaurare la vera religione tradizionale del popolo tedesco, il paganesimo, che anche politicamente poteva risultare utile come elemento di coesione tra popolazioni che, anche se geneticamente ariane, era vissute separate le une dalle altre per molto tempo. Con il fascismo, al contrario, non vi fu alcun tentativo di restaurazione del paganesimo romano, visto anche che l’ultimo periodo della storia dell’impero è storia cristiana. Di contro però anche il fascismo impiegò come simbolo un oggetto tradizionale; il fascio littorio. Era questo un simbolo tradizionale ariano, derivato dal simbolo del martello di Thor il dio del tuono nella mitologia nordica, e diffuso anche tra gli etruschi nella forma in cui noi lo conosciamo. Il fascio fu ripreso successivamente dai romani che ne avevano fatto una rappresentazione del concetto stesso di giustizia. Era portato in processione dai littori (da cui l’aggettivo littorio) davanti ai magistrati e la scure legata alle dodici fascine rappresentava il potere che avevano questi di dare la morte ai rei. Proprio per questo motivo il simbolo fu ampiamente ripreso alla fine del 1700, in ambienti rivoluzionari, e proprio un fascio littorio campeggia sul frontespizio della prima dichiarazione dei diritti dell’uomo promulgata dal governo rivoluzionario francese, che invece un fascio rosso utilizzava come simbolo. Per tutto l’ottocento il fascio continuò a rappresentare la giustizia. Una più approfondita comprensione del fenomeno nazista e quindi delle sue differenze con il fascismo deve comunque fare i conti con i precursori di esso e con la chiara origine esoterica di alcune sue componenti. “Lo storico che tratta della Germania nazista sembra così ignorare ciò che era il nemico che venne abbattuto.[...] Aver abbattuto un tal nemico con coscienza di causa, esigerebbe una concezione del mondo e del destino umano adeguata alla vittoria”. Con questa frase Pauwels cercava di scoprire il velo che la storia aveva gettato su un fenomeno che non si può comprendere se non integralmente, senza lasciarsi pervadere dalla mentalità positivista e razionalista che quando qualcosa incontra di diverso fa in modo che venga addirittura cancellato, come non fosse mai avvenuto. Il nazionalsocialismo affonda le sue radici, senza mezzi termini, nell'esoterismo; “Il nazismo fu il momento in cui lo spirito di magia si impadronì delle leve del progresso materiale” (Pauwels e Bergier: “Il mattino dei maghi”). Società come l’ Armanen Orden di Guido Von List, o i nuovi Templari fondata da Von Liebenfall, o la società dei Vril, società di Berlino dal nome ispirato ad un racconto di Bulwer Lytton, o la celebre società della Thule (Thule Gesellschaft) del barone Von Sebottendorffurono certamente alla base di molte concezioni dell’etica nazista; Eckardt (che può essere cosiderato il maestro spirituale di Hitler) e Rosemberg appartenevano a questo gruppo e molto della loro filosofia è contenuto nel Mein Kampf. L’unico storico che si è interessato a questi movimenti è stato George Mosse, che nel suo libro “le origini culturali del Terzo Reich” collegava alcuni aspetti del Reich al substrato ideologico scaturito dai movimenti völkisch. Con questo termine si intendeva la stretta comunanza di idee e sentimenti, in gran parte irrazionali, che amalgavano le genti germaniche. Tutti questi gruppi avevano un credo sviluppatosi attorno al paganesimo e alla mitologia germanica, della quale cercavano di far rivivere le antiche festività. Ma accanto a questa si ricercavano tradizioni più antiche, alla ricera della tradizione unica e primordiale che apparteneva non solo ai Germani, che in parte l’avevano persa, ma anche ai loro antichi antenati che si erano mossi dalla valle dell’Indo; da qui la riscoperta anche delle dottrine indù. Proprio in seno a questo fermento venne maturando la dottrina della razza ariana e le teorie sul razzismo biologico, anche antiebraico: quest’ultime attendevano solo il momento propizio per essere divulgate. Inoltre Hitler era affascinato da tutte le manifestazione dell’esoterismo e dell’ occulto ed aveva stretti rapporti con esoteristi come Karl Haushofer, dell’ordine dei nuovi Templari, ed occultisti come Friedrich Krohn, del gruppo Germanenorder (di cui la Thule Gesellschaft era una filiazone). Fu proprio dal primo che venne il suggerimento di utilizzare la svastica come simbolo del partito: il più antico esempio di questo simbolo è stato ritrovato in Transilvania, ma era disegnato spesso sui fusi dei vasi, se ne trovano esempi datati XIV sec. a.C., ed ancora se ne trovano tra le rovine di Troia. L’India ne è piena ed esempi se ne trovano anche in Cina ed in Giappone ma la cosa più importante è che sembra totalmente sconosciuta alle popolazioni semitiche; è un simbolo prettamente ariano. A tale proposito Guido Von List affermò, nel 1908, che la svastica era il simbolo della purezza del sangue e doppione di un segno di conoscenza esoterica rivelato dalla decifrazione dell’epopea runica dell’Edda; la runa in questione è la diciottesima, la più misteriosa, fyrfos. Non solamente Hitler era affascinato dalle manifestazioni dell’occulto e delle scienze esoteriche; la maggior parte degli alti gerarchi nazisti coltivavano questi interessi e per questo basti pensare a Rudolph Hess, il delfino di Hitler e discepolo di Haushofer, che, dopo essersi fatto paracadutare sulla Scozia nel Maggio 1941 per una missione misteriosa di cui non ha mai voluto rivelare i particolari, ha trascorso i suoi anni di prigionia nel carcere di Spandau, immerso nella lettura di libri di esoterismo. Dopo la conquista del potere Hitler si preoccupò di liberarsi di tutte le sette e le società segrete in quanto potevano rappresentare una minaccia per lo stato. René Allenau, ne “Les sources occultes du nazisme”, spiega: “Il partito nazionalsocialista non tollerava le società segrete perchè era una società segreta esso stesso, col suo gran maestro, la sa gnosi razzista, i suoi riti e le sue iniziazioni”. Per quanto riguarda i riti di iniziazione basti pensare alle Schutz Staffel (meglio conosciute come S.S.) di Himmler; la struttura rigidamente gerarchica, con a capo il misterioso “cerchio più interno”, formato da iniziati con a capo lo stesso Himmler che ne era in pratica il Gran Maestro, i riti di iniziazione che avvenivano nei Burg, le leggi che facevano sì che l’appartenenza alle S.S. durasse per tutta la vita, avevano creato più un organizzazione esoterica che un gruppo militare. In un certo senso, chi ha voluto vedere un parallelo tra l’Ordine Nero e l’antico ordine dei Cavalieri Teutonici, non ha lavorato di fantasia; i punti in comune sono molti a cominciare dall’idea degli aderenti totalmente votati alle finalità dell’ordine, praticamente dei monaci guerrieri. A tal proposito va fatto notare che noi stiamo parlando delle S.S. testa di morto, da non confondere con le Waffen S.S. che al contrario erano la milizia pura e semplice, dei frati terziari o conversi in un certo senso. La base neopagana del credo dell’Ordine Nero era uno degli elementi essenziali di un culto che aveva tra le pietre di Exernsteine il luogo di culto e a Wevelsburg la propria cattedrale esoterica. Anche il paganesimo nazista fu comunque una rielaborazione ed un ammodernamento di ciò che fu nel passato; accanto alla religione antica del Vallahalla, di Wotan e Thor, di Sigfrido e dei Nibelunghi, si unì la fede alla dottrina cosmologico mistica di Horbigern che vedeva nell’intero universo una lotta eterna tra ghiaccio e fuoco, o la fede ritrovata dopo i secoli del razionalismo, nella mistica esoterica. La genesi e l’affermarsi del fascismo in Italia è invece radicalmente diversa: non ci sono alle origine del fascismo movimenti che ne annunciassero l’avvento o che in qualche modo ne coltivassero l’ideologia. Per meglio spiegare tale genesi è opportuno far riferimento alle parole di un grande filosofo italiano: Giovanni Gentile. Ecco alcune sue parole particolarmente esplicative: “Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di significato ed interesse per tutte le altre. Le sue origini prossime risalgono al 1919, quando intorno a Benito Mussolini si raccolse un manipolo di uomini reduci dalle trincee e risoluti a combattere energicamente la politica demosocialista allora imperante. La quale della grande guerra da cui il popolo italiano era uscito vincitore ma spossato, vedeva soltanto le immediate conseguenze materiali e lasciava disperdere, se non lo negava apertamente, il valore morale.....”. I fasci di combattimento si formarono saldamente attorno al nucleo degli arditi; uomini avvezzi al sacrificio nelle logoranti trincee e abituate a gettare il cuore oltre le trincee nemiche. Proprio a questi era risultata più invisa la pace che, per molti versi aveva sancito una vittoria mutilata, visti gli infimi vantaggi territoriali che ne erano venuti; non bisogna dimenticare che per la città di Fiume fu necessaria una azione di forza da parte di D’Annunzio e dei suoi. Inoltre proprio gli arditi erano i più sensibili alle offese che frequentemente i socialisti rivolgevano al Re e all’Italia stessa, presi com’erano dal sentimento internazionalista mirante alla distruzione dello stesso ideale di patria e nazione. La caratterizzazione del fascismo è comunque rivoluzionaria, nel senso di un cambiamento completo delle strutture vetuste dello stato monarchico e liberale che ormai aveva fatto il suo tempo. In questo una diversità ed una somiglianza con l’ascesa del partito Nazionalsocialista in Germania; anche quest’ultimo aveva come obbiettivo una completa ricostruzione dello stato, ma mentre in Germania l’impero del Kaiser era stato sostituito dalla repubblica di Weimar, in Italia i primi passi del fascismo si mossero in uno stato monarchico, che lo aiutò nella conquista del potere. L’altra sostanziale differenza tra i due regimi fu l’atteggiamento nei confronti del problema ebraico: il nazionalsocialismo nacque già con una forte componente antiebraica che traspariva nei primi comizi politici tenuti in Germania da Hitler. D’altra parte questo nasceva anche da ragioni storiche, legate alla sconfitta nella grande Guerra del 1914 -1918. Il cittadino tedesco aveva duramente pagato quella sconfitta sulla sua pelle e provava un profondo disprezzo nei confronti di coloro che erano usciti indenni da quella tempesta; gli ebrei che avevano rifiutato l’arruolamento e i ricchi banchieri ebrei che si erano prima arricchiti con la guerra e che poi, vista la peggio, avevano ritirato i loro finanziamenti al Kaiser, ponendosi come una delle cause che avevano determinato la sconfitta. Senza contare che gran parte della sconfitta era anche da ascrivere ai socialisti (tra le cui fila numerosi erano gli ebrei) e alle loro azioni di boicottaggio contro la guerra; si era manifestato ciò che dagli antisemiti venne definito il “complotto giudaico”, che da una parte azionava le leve economico finanziarie e dall’altra alimentava le forze socialiste, con l’obbiettivo della dominazione mondiale. Comunque sia il terreno era fertile per seminare quelle teorie razziali che erano state concepite in seno ai movimenti völkisch. In Italia, al contrario non esisteva un problema ebraico, anche se proprio in Italia la Chiesa li teneva confinati nel ghetto fino ancora al 1870. C’è da dire, per esempio che molti ebrei furono dei sostenitori del fascismo sia prima, che durante; il fatto che il fascismo rappresentasse il baluardo contro le violenze e l’avanzata socialista, aveva fatto si che molti ebrei appartenenti alle classi agiate cominciassero a nutrire simpatie e a finanziare direttamente il partito fascista, lì dove le violenze socialiste si erano manifestate con più vigore. Daltronde questo fu un fenomeno abbastanza comune in tutta Europa dove si manifestò una duplicità di ruoli nella società ebraica: borghese e comunista. Se se ne trovano numerosi nei ranghi comunisti, li si trova in prima linea nell’anticomunismo liberale (come fa notare lo storico tedesco Ernst Nolte). Non bisogna assolutamente sottovalutare questo aspetto e val la pena ricordare che i Rothschild, la famosa dinastia di potentissimi banchieri ebrei con filiali in tutta Europa, furono oggetto di veementi attacchi da parte della letteratura socialista del 19esimo secolo. A questo popolo, che agli occhi della maggior parte dei socialisti rappresentava l’emblema della borghesia ricca ed opulenta gelosa dei propri averi e della sua posizione, lo stesso Marx (che era un ebreo il cui vero nome era Mardocai) aveva dedicato un saggio, “la questione ebraica”, nel quale esplorava e contestava il concetto di “popolo eletto”. La situazione cominciò a divenire critica nel 1938 allorché nella notte tra i 6 e il 7 ottobre, il Gran Consiglio promulgò le leggi razziali. Dai provvedimenti restrittivi (divieto di iscriversi al P.N.F., allontanamento dai pubblici uffici e dalle scuole statali etc.) furono escluse le famiglie degli ebrei decorati in guerra; si tratta proprio di una considerazione etica e non biologica del razzismo. Per altro nessun campo di concentramento fu allestito in Italia fino al 1943, quando a costruirli furono i tedeschi, come il campo di lavoro di Merano. Ma non si vuole qui affermare che non ci siano stati punti di contatto tra queste due ideologie; i valori fondamentali della tradizione, la concezione etica dello stato, lo spirito guerriero, la visione gerarchica della società, l’odio per l’ignavia della società moderna e per la borghesia che ne è la padrona assoluta, la tendenza alla spiritualità ed il rifiuto del materialismo sono elementi comuni ad entrambe queste due ideologie. D’altronde Hitler era un sincero ammiratore di Mussolini e quando quest’ultimo fu invitato a fare un discorso in Germania davanti ad una folla di tedeschi, Hitler lo presentò con queste parole: “Ecco uno di quegli uomini che non subiscono la storia, ma la fanno!”.

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